In principio era lo “shish”.
Hai presente, no? Quel farfugliamento sconclusionato di Renzi al Digital Venice del 2014 diventato leggenda.
È stato facile in quell’occasione additare (giustamente) la classe dirigente italiana come ignorante e non al passo coi tempi, ma come si dice: è un po’ come guardare il dito e non la luna.
La verità è che quell’episodio ci ha semplicemente restituito di riflesso l’immagine di un paese malato, retrogrado e inadeguato in contesti internazionali.
Questo è un dato oggettivo e prima ce ne facciamo una ragione, meglio è per tutti.
Del resto, non serviva nemmeno il goffo episodio dell’ex premier per raggiungere questa consapevolezza.
Infatti, l’Italia da anni sguazza nei bassifondi delle classifiche di conoscenza della lingua inglese.
Questa è la classifica EPI (English Proficiency Index) di EF, un istituto che da anni studia la crescita della conoscenza della lingua inglese nel mondo.
Siamo al 36° posto, superati da paesi che hanno inserito l’inglese nel sistema scolastico obbligatorio solo decenni dopo l’Italia (Portogallo e Polonia, per esempio).
Senza contare i paesi molto più deboli di noi economicamente (quindi possono investire di meno in questo settore) che sono avanti anni luce rispetto al nostro paese.
Non c’è molto da commentare: è semplicemente imbarazzante e l’origine del problema è talmente vasta e radicata che è difficile anche solo provare ad analizzarla.
Ma noi ci proviamo lo stesso.
Sotto il punto di vista culturale, l’inglese viene ancora vista una competenza di serie B.
E non prendermi in giro, lo so che anche tu almeno una volta nella vita hai pensato:
“ma sì, imparo qualcosina per cavarmela, tanto poi con due gesti e 3 sorrisi mi faccio capire comunque“.
Complimenti, sei uno di quelli che contribuisce al fantastico risultato che hai visto nell’immagine sopra.
Il punto è che l’arte di “arrangiarsi” tipicamente nostrana, non funziona in questo caso: l’inglese o lo sai o non lo sai.
Fine dei giochi.
A dispetto di tutti i livelli che provano a venderti nei corsi canonici “Made in Italy” tra A1, B2, D4 e Z8 (roba da battaglia navale), l’inglese puoi capirlo o non capirlo, parlarlo o non parlarlo.
Se lo parli male e a tentativi, non lo sai parlare.
Se lo capisci male e devi chiedere al tuo interlocutore di ripetere 6 volte una frase, non lo capisci.
Nel mondo del lavoro (quello vero) fatto di opportunità a diversi zeri e treni che passano mezza volta, non puoi andare “per tentativi”.
Il mondo del lavoro in cui ottieni una promozione se riesci a comunicare col quadruplo delle persone…
Il mondo del lavoro in cui puoi allargare il tuo business su scala “internazionale” per triplicare il tuo fatturato…
Quello non lo puoi affrontare con Google Translate.
E nemmeno con i gesti tipo Pulcinella, stanne certo.
Eppure l’Italia continua a mettersi da sola i bastoni fra le ruote, in modo stupido ed arretrato.
Vuoi un esempio?
Ecco a te.
Il Politecnico di Milano qualche anno fa ha provato ad istituire dei corsi di laurea solo in lingua inglese.
Corsi aperti a tutti, di respiro internazionale che attirassero anche gente dall’estero. Una roba fantastica, quasi visionaria per il nostro bel paese.
Peccato che una comica sentenza del Consiglio di Stato nel 2018 abbia reso infattibile questa cosa perché secondo i giudici si trattava di discriminazione ai danni di chi non conosce la lingua straniera.
Io mi immagino qualcosa del genere.
Politecnico di Milano: “vogliamo dare gli strumenti a tutti per competere nel mondo del lavoro a livello internazionale!“
Italia: “naaaahh, restiamo indietro di 30 anni, chi se ne frega di essere competitivi e far lavorare le persone“.
Una questione paradossale, al limite del grottesco che va a sommarsi col già lacunoso sistema di istruzione “standard” che trovi nelle scuole.
Ciò dimostra come in Italia si faccia di tutto per camminare all’indietro come i gamberi, invece di andare avanti.
Come se non bastasse, a tutto ciò si aggiunge questa sempre più frequente moda di usare parole in inglese completamente a caso perché “fa figo”.
Così quando ci riempiamo la bocca di “meeting”, “misunderstanding”, “brainstorming”, “briefing” e via discorrendo, ci sentiamo super internazionali e cosmopoliti, salvo poi non essere in grado di ordinare un caffè da Starbucks se usciamo dai confini italici.
Una soluzione per imparare l’inglese Americano, il più conosciuto e parlato al mondo senza diventare matti esiste.
O almeno, noi pensiamo di averla individuata, poi sta a te valutare se fa al caso tuo o meno.
Si tratta di American School, la prima scuola online di gruppo in Italia che ti insegna l’inglese Americano con un percorso interattivo, con workshop in diretta.
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